” Imparare a perdere, imparare a lasciare, imparare a non avere. Così, come dimenticare è una difesa per la nostra memoria, così come il silenzio, che in certi casi è il miglior consiglio. Imparare che esiste un momento, un momento specifico, in cui si deve mollare la presa, in cui tirare a se quel filo che ci unisce significa soltanto romperlo o, ancora peggio, rompere una volta per tutte ciò che quel filo rappresenta. Bisogna imparare a vederlo quel momento. Magari passi una vita a tessere trame, a coltivare sorrisi ed emozioni, ad ascoltare parole e lacrime che in qualsiasi altra occasione ti sarebbero scivolate addosso rompendosi in terra come cocci nella tua più totale indifferenza. Ma poi arriva quel momento, perché arriva sempre, ed è inaspettato. Non ti avvisa lui, non ti dice: ‘ehi, guarda, sto arrivando. Dammi dieci minuti e sono lì.’, non ti avverte, però arriva, perché arriva sempre, e tu allora devi lasciar andare, devi mollare tutto, tutto ciò per cui hai faticato, tutto ciò per cui hai lottato, tutto ciò per cui hai aspettato, per cui hai gioito, per cui hai sudato. Devi lasciarlo andare. Libero così come vuole. Bisogna imparare a non stringere, bisogna capire quand’è il momento di aprire le mani al volo di qualcun altro, confidando in un suo convinto ritorno, accettando un suo possibile addio. Ed è qui che si fa complicato, perché non siamo mai disposti all’incertezza di un addio. Sono i saluti che ci fregano, e quell’insana smania di ottenere ciò che vogliamo. E tutto questo è giusto, bisogna faticare per ciò che si vuole, bisogna lottare, aspettare, gioire, sudare, perché è giusto, però bisogna anche imparare. Imparare a perdere, a lasciare, a non avere. O forse semplicemente a salutare.”
E.B.